
[Pieter
Bruegel il Vecchio, La parabola dei
ciechi - 1568]
Seguire gli altri non significa
necessariamente
sapere dove si sta andando
La riflessione
proposta nasce da una domanda apparentemente
semplice
⇓
«Cosa accade quando una
società deve prendere decisioni su problemi che sono
più complessi degli strumenti abitualmente usati per discuterne?»
La questione diventa particolarmente importante
quando guardiamo all'Intelligenza
Artificiale.
Da una parte, viene raccontato che l'A.I. cambierà
radicalmente il nostro modo di lavorare, studiare,
comunicare e prendere decisioni; dall'altra, quando
emergono rischi e paure, il dibattito tende
rapidamente a trasformarsi in una contrapposizione:
A.I. buona o A.I. cattiva, progresso
o minaccia, libertà o controllo, tecnologia o
"umanità".
A mio parere qui vale la pena fermarsi, perché forse
il problema non è soltanto: (a) «che cosa
farà l'Intelligenza Artificiale», ma anche (b) «quanto
siamo capaci di comprendere sistemi
complessi senza ridurli a una "storia semplice"».
Il secondo punto riporta direttamente al tema delle
bolle informative.
Quando un problema diventa troppo complesso, la
mente cerca una storia semplice
Immaginiamo di dover spiegare un fenomeno complesso
a qualcuno.
- Possiamo dire: «Ci
sono molte variabili, alcune sono osservabili,
altre no; le interazioni producono effetti non
lineari (si verificano quando le relazioni
tra 'cause-ingresso' ed 'effetti-uscita' non
sono di tipo proporzionale) e quindi non è
possibile conoscere con certezza l'evoluzione di
un sistema».
- Oppure possiamo dire: «La
colpa è di 'X'».
La seconda spiegazione è
certamente più facile da comprendere: ha un responsabile,
una causa, magari anche una soluzione.
Il problema è che la realtà non sempre funziona
così:
un sistema complesso può contenere moltissimi
elementi che interagiscono tra loro, producendo
comportamenti che non sono facilmente riconducibili
al singolo elemento che li compone.
Un traffico urbano, un ecosistema, un mercato
finanziario, una rete elettrica, Internet, una
società e una rete di sistemi di Intelligenza
Artificiale sono esempi, pur molto diversi fra loro,
nei quali il comportamento complessivo dipende dalle
interazioni.
In questi sistemi può accadere qualcosa di
importante:
conoscere bene le singole parti non implica
conoscere il comportamento dell'insieme.
È uno dei passaggi fondamentali dal pensiero
lineare al pensiero sistemico.
Il paradosso dell'era dell'informazione
Viviamo in un'epoca nella quale disponiamo di una
quantità di informazioni mai vista prima, eppure
questa enorme disponibilità non garantisce affatto
una maggiore comprensione.
Anzi, può accadere il contrario: più informazioni
riceviamo, più diventa importante saper distinguere
informazione
da rumore (segnale non desiderato, casuale o di
disturbo) 'fatto' da 'interpretazione', 'evidenza' da
'opinione', 'spiegazione' da 'narrazione', 'complessità
reale' da 'falsa complessità costruita
artificialmente'.
Questo introduce un paradosso:
«possedere
più informazioni non significa necessariamente
conoscere meglio la realtà»:
un individuo può essere letteralmente immerso nelle
informazioni e, nello stesso tempo, vivere in un
universo informativo estremamente ristretto. È il
mondo della cosiddetta bolla informativa.
'Echo
chamber' e 'filter
bubble' non sono esattamente la stessa cosa
I due concetti vengono spesso utilizzati come
sinonimi, ma è utile distinguerli.
- Una echo chamber,
o “camera dell'eco”, è soprattutto un ambiente
sociale nel quale le persone tendono a
incontrare, ascoltare e rilanciare opinioni
provenienti da persone nelle quali già ripongono
fiducia.
- Una filter bubble,
invece, riguarda maggiormente il modo in cui
sistemi di personalizzazione e raccomandazione
selezionano i contenuti che ciascun individuo
vede.
Nel primo caso il problema è
soprattutto sociale e relazionale, nel secondo è
soprattutto tecnologico e algoritmico. Nella realtà,
le due dinamiche possono alimentarsi
reciprocamente.
- Ad esempio, si scelgono
più facilmente persone che condividono le
proprie idee. La piattaforma "osserva" ciò che
più interessa e tende a proporre contenuti
compatibili con il comportamento
dell'Utente
Si reagisce a quei contenuti
La piattaforma registra nuovamente la reazione
Il processo continua ...
Non è quindi necessario
immaginare un algoritmo che ci “rinchiuda”
deliberatamente in una bolla, è sufficiente un
meccanismo di selezione ripetuta - combinato con le
nostre preferenze, le nostre abitudini e le nostre
reazioni emotive.
La bolla può diventare così una proprietà
emergente dell'interazione tra esseri umani
e tecnologia.
La matematica può descrivere la polarizzazione
La polarizzazione non è soltanto una
metafora giornalistica. Da diversi anni esistono
modelli matematici di 'opinion dynamics' (campo di studio interdisciplinare che
analizza come le convinzioni, le idee e i
comportamenti si diffondono, cambiano o si
stabilizzano all'interno di un gruppo sociale), cioè
modelli che cercano di descrivere come cambiano
le opinioni degli individui quando questi
interagiscono all'interno di una rete.
Uno dei risultati più interessanti è che, partendo
da una popolazione nella quale le opinioni sono
inizialmente distribuite, il sistema può evolvere
verso situazioni molto differenti: consenso,
polarizzazione oppure frammentazione.
L'idea di fondo è intuitiva: immaginiamo che ogni
persona abbia un'opinione rappresentabile su una
scala. Due persone discutono e possono modificare la
propria opinione, ma soltanto quando la distanza tra
le rispettive posizioni non è troppo grande; esiste
cioè una sorta di soglia di tolleranza.
- Se la differenza è piccola:
“Non la pensiamo proprio allo stesso modo, ma
possiamo parlarne”
- Se la differenza supera la
soglia: “Non ha senso parlare con te”
Se molte persone smettono
progressivamente di comunicare con chi ha opinioni
troppo distanti, la rete sociale tende a
suddividersi in gruppi.
Possono comparire 'cluster' (aggregati socio-informativi)
relativamente omogenei.
[W. Kandinsky, Composizione
VIII - 1923]
Quando gli elementi contano meno
delle relazioni che li collegano
Quando la rete diventa un
insieme di tribù
La teoria
delle reti offre un modo ancora più
intuitivo per rappresentare questo fenomeno:
immaginiamo milioni di persone come altrettanti nodi;
con i collegamenti fra nodi che
rappresentano relazioni, amicizie, scambi
informativi o fiducia.
In una rete aperta esistono molti collegamenti anche
fra persone differenti, ma se i collegamenti tra
persone diverse diminuiscono e quelli interni ai
gruppi aumentano, la rete comincia a separarsi ...
Dentro ciascun gruppo le informazioni circolano
rapidamente; tra i gruppi, invece, circolano sempre
meno. La rete diventa quindi più densa
all'interno e più debole
verso l'esterno.
Questa struttura può produrre un effetto
psicologicamente molto potente: la percezione
che “tutti la pensino come me”.
La bolla non è soltanto informativa:
è psicologica
[Hans Holbein il
Giovane, Gli ambasciatori - 1533]
A
prima vista abbiamo davanti un quadro
estremamente ordinato:
due uomini, oggetti scientifici, libri,
strumenti, mappamondi;
sembra una celebrazione della conoscenza.
Il teschio anamorfotico
però, visibile in primo piano
nella sua forma reale soltanto da una
particolare angolazione,
sta a significare che non sempre occorre
cambiare ciò che guardiamo,
ma il punto di
osservazione dal quale
osserviamo.
A questo punto il problema diventa ancora più
interessante:
«perché
una persona dovrebbe voler rimanere in una bolla?»
Una
possibile risposta è sorprendentemente umana:
«perché
la bolla è rassicurante».
La realtà è ambigua:
- le
questioni importanti raramente possiedono una
sola causa; le decisioni producono spesso
conseguenze inattese; le informazioni possono
essere incomplete; gli esperti possono essere
in disaccordo; le probabilità possono
sostituire le certezze.
Tutto questo ha un costo cognitivo: il
cervello preferisce spesso una spiegazione che
riduca l'incertezza. È il terreno nel quale entra
in gioco il bisogno di chiusura cognitiva,
la tendenza a preferire una risposta
sufficientemente chiara e definitiva rispetto a
una situazione ambigua che richiede ulteriore
elaborazione.
La bolla fornisce
esattamente questo: offre spiegazioni già
confezionate, magari non vere, ma
psicologicamente soddisfacenti.
Quando un'opinione diventa parte dell'identità
Un'opinione può smettere di essere semplicemente
un'opinione e diventare una parte
dell'identità sociale.
-
Non dico più soltanto: “Credo che questa
posizione sia corretta” Comincio a dire: “Io
sono uno di quelli che la pensano così.”
È
una differenza enorme: perché cambiare idea - a
quel punto - non significa più soltanto modificare
una convinzione, ma (può significare) mettere in
discussione la propria appartenenza.
Il paradosso della smentita
Che cosa succede quando una persona immersa in una
bolla riceve un'informazione che contraddice ciò
in cui crede?
-
La risposta non è, di solito: “Interessante,
forse devo cambiare idea”;
-
Può essere: “Questa informazione dimostra
quanto siano manipolatori quelli dell'altra
parte”.
La
contraddizione viene quindi reinterpretata come
una conferma.
Occorre però evitare una semplificazione: non
tutte le persone reagiscono nello stesso modo e
non ogni correzione provoca un irrigidimento.
La psicologia della persuasione
è molto più complessa.
Il principio generale rimane tuttavia importante:
la qualità dell'informazione non è
sufficiente, da sola, a garantire che essa venga
accettata.
Discernere prima di reagire
C'è una competenza ancora più profonda della
semplice capacità di riconoscere una notizia falsa
o distinguere un fatto da un'opinione: imparare
a discernere: significa
fermarsi, prima di reagire, cercando di capire «cosa
sta accadendo dentro di noi».
Perché davanti a un'informazione possiamo provare
entusiasmo, paura, indignazione, sollievo, rabbia,
entusiasmo oppure un'immediata sensazione di
appartenenza.
Ma il fatto che una reazione sia intensa non è
scontato che sia affidabile.
Poniamoci allora alcune semplici domande:
- «Questa informazione mi sta rendendo più curioso
o più aggressivo?»
- «Mi sta aiutando a comprendere o mi sta
spingendo a giudicare immediatamente?»
- «Mi sta aprendo al confronto o mi sta
facendo chiudere nella mia posizione?»
- «Sto cercando di capire o soltanto di avere ragione?»
Il
discernimento introduce così una piccola e
decisiva pausa fra stimolo
e risposta; in quella pausa osserviamo
anche la direzione verso cui un certo
pensiero sta conducendo:
- una
convinzione può infatti dare sicurezza e,
nello stesso tempo, renderci meno disponibili
ad ascoltare;
- una
notizia può indignare e, nello stesso tempo,
spingerci a cercare maggiormente la verità;
- un
dubbio può inquietare e, nello stesso tempo,
rappresentare l'inizio di una comprensione più
profonda.
Per
questo, discernere non significa eliminare le
emozioni, né pretendere di ragionare
come macchine, ma imparare ad ascoltare
ciò che accade dentro di noi senza esserne
immediatamente governati. È una capacità
preziosa nell'ambiente digitale, dove ogni secondo
trascorso prima di cliccare, condividere o reagire
può fare la differenza.
Dunque, uscire da una bolla non significa soltanto
incontrare informazioni diverse, ma anche
diventare capaci di «riconoscere il movimento interiore che ci porta ad
accettare alcune informazioni e a respingerne
altre».
Questa capacità, prima ancora di essere
tecnologica o politica, è una forma di 'educazione
alla libertà'.
Qui torna in gioco l'Intelligenza Artificiale
Tornando alla domanda iniziale «l'A.I.
aggiunge un livello ulteriore di complessità?»,
non
abbiamo più soltanto esseri umani che comunicano
con altri esseri umani; ma anche esseri umani che
comunicano attraverso sistemi algoritmici
programmati per selezionare informazioni,
apprendere dai comportamenti degli Utenti; sistemi
A.I. capaci di produrre nuovi contenuti e
interagire autonomamente con altri sistemi.
La rete diventa quindi sempre più ibrida ...
Il CONTROLLO non è una parola semplice
[Pieter Bruegel il
Vecchio, La Torre di Babele - 1563]
La
complessità non nasce sempre dal caos,
ma (può nascere) dall'interazione di molte parti
organizzate
Quando diciamo “Dobbiamo controllare l'A.I.”,
stiamo utilizzando una frase solo apparentemente
chiara. Ma cosa significa esattamente
“controllare”?
- Significa
impedire che faccia determinate cose?
Prevedere sempre ciò che farà? Verificare che
rispetti una regola? Dimostrare
matematicamente che non potrà mai produrre un
certo comportamento? Oppure predisporre
meccanismi che limitino i danni quando il
comportamento non previsto si verifica?
Sono problemi molto diversi.
- Una
macchina isolata può essere relativamente
facile da controllare; un sistema composto da
milioni di elementi interconnessi, che
interagiscono reciprocamente e modificano il
proprio comportamento sulla base
dell'ambiente, è un'altra cosa. In un sistema
del genere il problema non è detto sia un
“algoritmo impazzito”, ma l'emergere di un
comportamento che nessun attore singolo
aveva
previsto.
Dove
entra la complessità computazionale
A questo punto ritengo utile introdurre, senza
tecnicismi eccessivi, il concetto di complessità
computazionale. Non tutti i problemi hanno
lo stesso costo di calcolo: alcuni
possono essere risolti rapidamente anche quando le
dimensioni dell'input (dati in ingresso) diventano
molto grandi, altri diventano rapidamente
difficili. Nella teoria della computazione
esistono 'classi di problemi', ad es. quelli NP-hard,
per i quali trovare una soluzione efficiente è
considerato computazionalmente difficile in senso
molto preciso.
Ciò non significa che “ogni sistema di A.I. è
NP-hard”, né che “qualsiasi comportamento di una
rete di A.I. richieda necessariamente un tempo
esponenziale per essere previsto”. Sarebbe una
semplificazione scorretta. Il punto è un altro: esistono
problemi nei quali l'aumento delle variabili e
delle interazioni può rendere rapidamente impraticabile
la ricerca di una soluzione o la verifica di
tutte le possibilità.
Esistono inoltre risultati ancora più radicali
nella teoria della computazione, come
l'indecidibilità del problema
della fermata, che mostrano come per
una vasta classe di programmi non esista un
algoritmo generale capace di determinare sempre
in anticipo se termineranno oppure
continueranno indefinitamente.
Non è una dimostrazione del fatto che una futura
A.I. sarà “incontrollabile”, ma qualcosa di più
"sobrio" e, proprio per questo, più interessante:
la matematica ci ricorda che esistono limiti
fondamentali a ciò che possiamo prevedere e
verificare tramite procedure automatiche.
Una lezione importante: il problema non è
soltanto politico
Davanti a una tecnologia potenzialmente rischiosa
pensiamo naturalmente alla regolamentazione:
- «quali
regole dobbiamo approvare? Quali comportamenti
dobbiamo proibire? Quali controlli dobbiamo
imporre? Chi deve vigilare?»
Sono domande indispensabili, ma non credo
sufficienti.
Una legge può stabilire ciò che dovrebbe accadere,
non può garantire da sola che un sistema
estremamente complesso sia completamente
prevedibile.
Un 'audit'
può verificare un sistema rispetto ai criteri
previsti, ma anche un sistema perfettamente
conforme ai requisiti noti può trovarsi in
condizioni che non erano state previste.
Da qui nasce una conclusione importante:
la 'governance'
della tecnologia non può essere soltanto una
questione giuridica, deve comprenderne anche una
epistemologica, scientifica e sistemica.
La vera difficoltà potrebbe essere la nostra
capacità di discuterne
Supponiamo di avere davanti un problema
tecnologico estremamente complesso. Per
affrontarlo servirebbero competenze diverse:
informatica, matematica, psicologia, sociologia,
economia, filosofia, diritto, politica.
Purtroppo il sistema informativo nel quale questo
problema viene discusso tende solitamente a
ridurre le questioni a slogan, premiando
le reazioni emotive, privilegiando il conflitto,
separando il pubblico in comunità e comprimendo
problemi enormi in pochi secondi di attenzione.
Si produce allora una situazione paradossale:
più il problema richiede capacità di
ragionamento sistemico, più l'ambiente
informativo tende a premiare il "ragionamento
semplificato".
Dal “chi ha ragione?” al “come funziona il
sistema?”
[Piet Mondrian, Broadway
Boogie Woogie - 1942-43]
Un sistema non è soltanto un
insieme di elementi,
è anche la rete delle relazioni che li
collega
Una discussione
polarizzata tende a formulare domande come:
“Chi ha ragione?”, “Da che parte stai?”, “Chi è il
buono?”, “Chi è il cattivo?”
Il pensiero
sistemico propone domande differenti:
- "Quali sono gli elementi
del sistema?"
- "Come interagiscono?"
- "Quali sono i meccanismi di
retroazione?"
- "Che cosa succede quando
cambia una variabile?"
- "Quali conseguenze inattese
possono emergere?"
- "Quali sono i limiti della
nostra capacità di previsione?
Nel primo caso cerchiamo
un vincitore, nel secondo
cerchiamo di capire il
sistema.
Come si entra in una bolla senza farla diventare
più resistente?
Immaginiamo di incontrare sui 'Social'
una persona fermamente convinta che:
- «l'A.I.
è una follia e deve essere vietata prima che
distrugga tutto»
La risposta spontanea potrebbe
essere:
- «Ti
sbagli, non hai capito come funziona l'A.I.»
È probabilmente la risposta
meno efficace.
Una strategia più intelligente consiste nel partire
da ciò che condividiamo:
- «La
preoccupazione per la sicurezza è assolutamente
comprensibile».
Poi introduciamo una
distinzione:
- «Il
problema, però, potrebbe essere più complesso di
quanto sembri: non riguarda soltanto un
algoritmo che potrebbe “impazzire”, ma un
sistema nel quale moltissime componenti
interagiscono e nel quale nessuno può avere un
controllo totale»
Infine, possiamo offrire una
spiegazione:
- «È
per questo che entrano in gioco la teoria dei
sistemi, la complessità computazionale e lo
studio delle dinamiche di rete».
La regola può essere
sintetizzata così: duri con i fatti, morbidi
con le persone.
La Scuola dovrebbe insegnare anche a non avere
subito una risposta
Questa riflessione conduce inevitabilmente all'Educazione.
Un giovane dovrebbe imparare a riconoscere la
differenza fra “Non conosco la risposta” e “Non
esiste una risposta semplice a questa domanda”.
Saper dire
- «“Non lo so”, “Non abbiamo dati sufficienti”, “Dipende
dalle condizioni”, “Esistono più scenari
possibili” o “Questa conclusione è plausibile,
ma non certa”»
dovrebbe essere considerato non
un segno di debolezza, ma una componente
fondamentale del pensiero critico.
Imparare a cambiare idea senza sentirsi sconfitti
Un'altra competenza educativa fondamentale potrebbe
essere questa:
«imparare a separare l'errore dall'identità personale».
- Un ragazzo che pensa “Se
cambio idea significa che ho perso” sarà
naturalmente portato a difendere la propria
posizione.
- Un ragazzo che pensa “Se
cambiare idea significa che ho imparato
qualcosa, allora posso permettermelo” è molto
più libero.
La scienza funziona
esattamente così: una teoria viene formulata, messa
alla prova, confermata, modificata o smentita.
L'errore non è l'opposto dell'apprendimento,
fa parte dell'apprendimento.
Un esercizio semplice: 'difendere l'opinione
opposta'
Si prende un argomento polarizzante:
“L'Intelligenza Artificiale dovrebbe essere fermata
dai governi”
Gli studenti vengono divisi in due gruppi. Ma con
una regola: ciascun gruppo deve difendere la
posizione opposta a quella che sostiene
personalmente.
L'obiettivo non è vincere, è comprendere.
L'esercizio rompe, almeno temporaneamente, il legame
fra opinione e identità costringendo
la mente ad entrare nell'argomentazione
dell'altro senza per forza adottarla.
Un secondo esercizio: 'confrontare due bolle'
Prendiamo due persone con posizioni molto differenti
su un determinato tema. Chiediamo a ciascuna di
annotare quali informazioni riceve più
frequentemente, quali fonti considera affidabili,
quali argomenti ritiene assurdi, quali figure
considera autorevoli e quali parole suscitano
immediatamente una reazione emotiva; poi
confrontiamo i risultati.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione,
è osservare quanto diversi possano
essere i mondi informativi nei quali vivono due
persone che, in realtà, condividono lo stesso
spazio fisico e sociale.
La vera alfabetizzazione digitale
potrebbe essere qualcosa di più
Dire ai giovani “Attenzione alle fake
news” non è sufficiente.
La competenza digitale del futuro dovrebbe
comprendere almeno quattro domande:
- «Chi mi sta parlando?»
- «Perché mi sta mostrando proprio questo contenuto?»
- «Quale meccanismo decide ciò che vedo dopo?»
- «Che cosa non sto vedendo?»
Quest'ultima domanda è forse
la più difficile, perché è molto semplice verificare
un'informazione che abbiamo ricevuto.
È molto più difficile accorgersi di
un'informazione che non ci è mai stata mostrata.
Dalla bolla informativa alla “bolla cognitiva”
La bolla informativa nasce nell'ambiente esterno, ma
- con il tempo - può diventare una bolla
cognitiva. Quando una persona riceve
continuamente informazioni compatibili con le
proprie convinzioni, quelle informazioni finiscono
per modificare anche il modo nel quale
interpreta ciò che accade.
Non è più
necessario:
- che qualcuno dica: “Questo
contenuto è falso”, la mente può semplicemente
smettere di considerarlo plausibile;
- censurare una posizione,
può bastare renderla invisibile;
- impedire una domanda,
può bastare fare in modo che nessuno la ponga.
È qui che la
polarizzazione informativa diventa anche un
problema epistemologico (questione che riguarda la natura, la
validità, i limiti e i metodi della conoscenza, in
particolare di quella scientifica): non riguarda
soltanto ciò che pensiamo, ma ciò che
siamo ancora capaci di pensare.
La sfida più importante dell'Intelligenza
Artificiale
Il rischio dell'Intelligenza Artificiale non
dovrebbe essere immaginato soltanto attraverso
scenari spettacolari, ad esempio "macchine che improvvisamente decidono di
distruggere l'umanità", poiché abbiamo una questione più
sottile:
potremmo costruire sistemi sempre più potenti
all'interno di una società sempre meno capace di
discutere razionalmente i loro effetti.
- Una società polarizzata
può avere enormi difficoltà a costruire una
risposta comune, anche di fronte a un pericolo
reale.
- Una società incapace di
tollerare l'incertezza può pretendere risposte
semplici a problemi che non le possiedono.
- Una società che trasforma
ogni questione in una guerra fra fazioni può
arrivare a considerare il proprio interlocutore
più pericoloso del problema che sta cercando di
affrontare.
... E una società che non
comprende la complessità può facilmente confondere
«controllare»
con «credere (illudersi) di controllare».
La domanda da cui ripartire
Quindi, forse, la domanda più utile non è:
- «Come impediremo all'Intelligenza Artificiale di
sfuggire al controllo?»
Si potrebbe formulare in un
modo leggermente diverso:
- «Come possiamo diventare una società abbastanza
matura da riconoscere ciò che può essere
controllato, ciò che può essere soltanto
governato e ciò che deve essere semplicemente
compreso e monitorato?»
Questa distinzione è
essenziale:
alcune cose possiamo controllarle; altre possiamo
soltanto governarle attraverso regole, incentivi e
responsabilità; altre ancora possiamo monitorarle
e correggere progressivamente.
Accettare che esistano limiti alla conoscenza
non significa arrendersi, significa «abbandonare l'illusione del controllo assoluto».
Oltre la bolla
La “bolla informativa” non si combatte semplicemente
accumulando altre informazioni, bensì imparando
a fare domande migliori. Non soltanto:
- “Qual è la mia posizione?”,
ma: “Qual è il punto di vista che non sto
considerando?”
- “Chi ha torto?”, ma: “Quale
meccanismo produce questo comportamento?”
- “Chi dobbiamo fermare?”,
ma: “Quale struttura rende possibile questo
problema?”
E soprattutto: «Quali sono i limiti della nostra conoscenza?»
Quest'ultima domanda potrebbe essere una delle più
importanti competenze del XXI secolo.
Perché in un mondo nel quale le macchine diventano
sempre più capaci di produrre risposte, la
qualità dell'umanità potrebbe dipendere sempre di
più dalla nostra capacità di formulare domande,
riconoscere l'incertezza, cambiare idea
e comprendere sistemi che non possiamo ridurre
a una semplice storia di 'buoni' e 'cattivi'.
Il primo passo per uscire dalla bolla è
probabilmente il seguente:
«non cercare immediatamente una risposta che ci
rassicuri, ma imparare a rimanere abbastanza a
lungo dentro la complessità da poterla
finalmente comprendere».
Per continuare
il percorso
Chi desidera approfondire autonomamente, può partire
da alcuni filoni di ricerca che si incrociano in
questa mia riflessione:
- Opinion dynamics e
bounded confidence — Per comprendere
come le opinioni possono convergere,
polarizzarsi o frammentarsi all'interno di una
rete.
- Teoria dei grafi e
sistemi dinamici — Per osservare
come la struttura delle relazioni influenzi il
comportamento complessivo.
- Psicologia del
bisogno di chiusura cognitiva e identità
sociale — Per comprendere perché una
convinzione possa diventare anche un elemento di
appartenenza.
- Teoria della
computazione e complessità computazionale
— Per conoscere i limiti matematici della
soluzione e della previsione di determinati
problemi, distinguendo attentamente fra
difficoltà computazionale, imprevedibilità e
indecidibilità.
- Pensiero sistemico
e scienza della complessità — Per
imparare a leggere i fenomeni non soltanto
attraverso le singole cause, ma attraverso le
relazioni e i meccanismi di retroazione.
- Educazione ai media
e alfabetizzazione digitale — Per
sviluppare la capacità di riconoscere non
soltanto le informazioni false, ma anche i
meccanismi che determinano quali informazioni
arrivano fino a noi.
Una domanda finale per chi è arrivato fin
qui
Quando incontreremo
'online' una persona che sostiene una
posizione molto diversa dalla nostra, proviamo
a non chiederci immediatamente:
- «Come posso dimostrare che ha torto?»
Proviamo invece a chiederci:
- «Quale modello del mondo la porta a vedere le
cose in questo modo?»
La
risposta potrebbe non convincere, ma insegnare
qualcosa e magari - per uscire da una
bolla - è proprio questo il primo
movimento da compiere.